La montagna sei tu — recensione di Brianna Wiest

C'è un tipo di cliente che mi riconosce appena mi incontra. Manda messaggi alle undici di sera, poi si scusa il giorno dopo. Interrompe le frasi a metà perché la conclusione gli sembra già ovvia. Con quel tipo di cliente lavoro benissimo, c'è qualcosa di immediatamente comprensibile tra noi, una tolleranza reciproca per le irregolarità che non ha bisogno di essere spiegata. Poi c'è l'altro tipo: quello che vuole le cose "come si fa di solito", brief in triplice copia, risposte entro le nove del mattino. Con quel tipo, prima o poi, scompaio. Non in senso figurato, proprio smetto di rispondere, rimando, mi perdo in una cascata di altre urgenze che si materializzano dal nulla con una puntualità sospetta. So benissimo che è controproducente nel momento esatto in cui lo faccio. Eppure eccomi lì.

Avere l'ADHD significa avere con se stessi un rapporto che somiglia più a una trattativa infinita che a una convivenza pacifica. La mia mente ha le sue regole, i suoi orari, le sue zone in cui non si entra. Ignorarle non le fa sparire, anzi. E per anni ho pensato che il problema fossi io, inteso come la parte di me che non riusciva a stare dentro certi schemi. Poi ho capito, lentamente, che forse il problema non era quella parte lì.

La montagna sei tu di Brianna Wiest è arrivato da questa direzione. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2020 col titolo originale The Mountain Is You, è uscito in Italia nel 2023 per Sonzogno. Wiest è una giornalista e scrittrice americana nata nel 1992, collabora con Forbes, USA Today, The Huffington Post. Non è una psichiatra, non ha un ambulatorio, non ha un dottorato in neuroscienze. È qualcuno che scrive di questi temi con la voce di chi ci ha messo le mani dentro in prima persona, e questa è sia la sua forza che il suo limite, a seconda di quanto esigente è il lettore che ha di fronte. Il suo libro precedente, 101 riflessioni che cambiano il tuo modo di pensare, era diventato un caso editoriale abbastanza inatteso in Italia, con passaparola sui social e classifiche. La montagna sei tu è arrivato sull'onda di quel successo, e si vede che Wiest aveva qualcosa di più urgente da dire.

Il libro è fisicamente piccolo, e qualcuno lo chiama con un po' di sufficienza "libretto". Non è un manuale nel senso stretto della parola, non trovi esercizi con caselle da spuntare o tabelle da compilare. È più un saggio divulgativo organizzato per temi, una serie di capitoli che esplorano i meccanismi con cui le persone si ostacolano da sole: la procrastinazione, l'omeostasi psicologica, i pensieri intrusivi, i comportamenti che nelle relazioni finiscono per distruggere quello che si vorrebbe tenere. Non ti dice cosa fare passo per passo, ti dà una mappa per capire perché stai facendo quello che stai facendo. È una differenza sostanziale.

L'idea centrale, quella che porta tutto il resto, è questa: l'autosabotaggio non è una forma di autodistruzione, è un sistema di protezione che ha smesso di funzionare bene. Procrastinare non è pigrizia, è paura che si è travestita in modo molto convincente. Sparire dai clienti complicati non è mancanza di professionalità, è un sistema nervoso che riconosce qualcosa di incompatibile e lancia un allarme. L'omeostasi psicologica che Wiest descrive è quel meccanismo per cui il nostro inconscio preferisce il disagio familiare al cambiamento sconosciuto, anche quando il cambiamento sarebbe chiaramente meglio. Lo fa perché pensa di proteggerci. Lo fa da quando eravamo bambini e certe strategie avevano senso. Poi siamo cresciuti, il contesto è cambiato, ma quelle risposte automatiche sono rimaste lì, fedeli e inutili come un allarme antifurto che scatta ogni volta che passa il gatto.

Leggendo queste pagine mi è venuto spontaneo pensare a qualcosa che conosco da un'altra direzione: lo stoicismo. Chi ha letto Ryan Holiday, in particolare La via dell'ostacolo, riconoscerà immediatamente il territorio. Marco Aurelio lo aveva scritto quasi duemila anni fa: ciò che impediva l'azione finisce per favorirla, l'ostacolo che sbarrava il cammino finisce per facilitarlo. Holiday lo ha portato nella modernità raccontando storie di generali, imprenditori, atleti. Wiest arriva allo stesso posto partendo dall'interno, dalla psicologia, dall'esperienza personale.

Vale però la pena chiarire una differenza reale, perché chi conosce lo stoicismo nella sua versione più fedele potrebbe trovarsi disorientato davanti a Wiest, e viceversa. Lo stoicismo chiede disciplina, azione, volontà. Ha un tono duro sotto la superficie, quasi paramilitaresco in certi passaggi: non a caso Holiday lo ha reso popolare soprattutto tra atleti professionisti e manager sotto pressione. È una filosofia che ti chiede di irrigidirti di fronte all'avversità, di agire nonostante tutto. Wiest invece chiede il contrario: ammorbidirsi, ascoltare, accettare. È empatica, confortante, molto più vicina alla psicologia contemporanea che alla filosofia antica. Condividono la stessa intuizione di partenza, che l'ostacolo non sia un nemico ma un segnale, ma le risposte che propongono sono diverse. A seconda di dove sei in un certo momento della vita, potresti aver bisogno dell'una o dell'altra. O di tutte e due, in ordine diverso.

A chi parla questo libro, concretamente? Parla a chi si è accorto di avere un pattern che si ripete e non capisce perché: le stesse discussioni nelle relazioni, le stesse scadenze mancate, le stesse opportunità lasciate sfuggire per ragioni che sul momento sembrano razionali e a posteriori no. Parla a chi sta attraversando un momento di cambiamento e sente una resistenza interna che non sa come nominare. Parla a chi ha l'ADHD, o l'ansia, o qualsiasi altra condizione che rende il rapporto con se stessi più rumoroso del normale. Parla anche, ed è forse il pubblico più numeroso, a chi non ha mai letto niente di simile e cerca un primo punto di ingresso per capire certi meccanismi senza doversi subito sedere su un divano di fronte a uno psicoterapeuta. Non sostituisce quella conversazione, ma può essere un buon modo per arrivare a volerla.

Non è un libro perfetto. In certi punti la semplificazione è un po' aggressiva, e si sente che Wiest vuole che il lettore si senta meglio prima ancora di aver davvero fatto i conti con qualcosa. Ma ha l'onestà di non promettere trasformazioni rapide, e questo lo salva. La montagna non sparisce: impari, forse, a guardarla diversamente.

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